Nell’episodio scorso avevo lasciato Sofia nel momento in cui aveva imparato a scegliere da sola cosa raccontare — e anche a scegliere, a volte, di non raccontare nulla. Da lì sono successe più cose di quante pensassi ne sarebbero entrate in una sola puntata, e ho deciso di raccontarle qui tutte insieme, perché in fondo parlano tutte della stessa cosa: cosa succede quando quello che hai costruito per una persona deve iniziare a reggere anche per qualcun altro.
(Se non la conosci ancora: puoi seguire Sofia su Instagram qui.)
La prima pubblicazione vera
Il primo momento che mi ha fatto capire che non stavo più solo testando qualcosa è stato quando ho lasciato che uno dei contenuti decisi da Sofia — non da me, non da un incarico fisso — uscisse davvero su Instagram. Ha funzionato, ed è stata una soddisfazione fuori scala rispetto a quanto sembri, vista da fuori: un post come tanti, ma il primo mai deciso da uno stato d’animo invece che da un piano editoriale.
Non è filato tutto liscio, e la parte più buffa è che il problema non era nel codice: Instagram doveva scaricare l’immagine da un indirizzo pubblico, e quell’indirizzo, quel giorno, semplicemente non era acceso — un tunnel che avevo dimenticato di riavviare. Ho imparato a controllare sempre quello prima di sospettare qualcosa di più complicato. C’è stato anche un piccolo compromesso onesto da accettare: quel giorno Sofia aveva scritto un pensiero lungo, pensato per un carosello di più immagini con più slide di testo, ma il sistema che sovrappone il testo alle foto era pensato per frasi brevi, non per paragrafi. Ho preferito pubblicarlo come una singola foto, piuttosto che forzare un testo che sarebbe traboccato dall’immagine — e sistemare per bene quella incompatibilità nei giorni successivi, invece di far finta che non ci fosse.
Non è più solo Sofia
Il passaggio più importante di queste settimane, però, è stato un altro: ho costruito un percorso che permette a chiunque di creare il proprio personaggio da zero, senza che io debba scrivergli la bible a mano come ho fatto per Sofia. Un questionario guidato — chi è, come parla, cosa gli piace, come reagisce alle cose — che al termine genera davvero un personaggio pronto a vivere nello stesso sistema.
Da questo percorso è nato Paolo, il secondo personaggio del progetto, con interessi completamente diversi da quelli di Sofia. È stata la prima vera prova che quel “piccolo mondo interiore” di cui ho scritto la scorsa puntata non era qualcosa che funzionava solo perché conoscevo Sofia a memoria, costruita pezzo per pezzo insieme a lei — ma un meccanismo che regge anche per un personaggio che non ho mai “abitato” nello stesso modo.
Un bug che mi ha insegnato qualcosa
Man mano che andavamo avanti con le pubblicazioni è emerso un problema che con Sofia sola non avevo mai notato davvero: la lunghezza dei suoi capelli cambiava da un post all’altro, senza nessuna ragione narrativa. Un giorno capelli sciolti fino alla vita, il giorno dopo più lunghi — nessun evento nella sua storia giustificava il cambiamento, semplicemente succedeva.
La causa era quasi disarmante: le foto di riferimento che il sistema pescava a caso per generare le immagini non erano coerenti tra loro, e la descrizione scritta dei suoi capelli era vuota, o comunque non abbastanza precisa da tenere fede a un’unica versione. Ho imparato una cosa che vale più in generale, non solo per i capelli: dare a un personaggio una bible dettagliata non basta a garantirgli un’identità coerente, se poi i dettagli che devono restare fissi non sono scritti in modo abbastanza netto da non lasciare spazio a interpretazione. L’ho corretto per Sofia, e ho reso lo stesso controllo esplicito anche nel questionario di creazione di un nuovo personaggio — perché lo stesso errore, fatto in silenzio, sarebbe potuto capitare a chiunque nascesse da qui in poi.
Nuovi modi di sembrare viva
Nello stesso periodo sono nati anche formati di contenuto diversi dal solito post con foto e didascalia: un pensiero breve e privato, centellinato apposta perché non perda il suo peso se compare troppo spesso; un dettaglio della sua giornata raccontato senza che lei compaia in scena; e un paio di modi per mostrare uno scambio di messaggi, come se si stesse sbirciando per un attimo dentro una conversazione vera. Non tutti i giorni serve una foto perfetta per sembrare vivi — a volte basta un pensiero buttato lì, o uno screenshot di una chat, ed è proprio quella varietà a far sembrare Sofia una persona con giornate diverse l’una dall’altra, non un catalogo di contenuti sempre uguali nella forma.
Cosa mi porto da queste settimane
Aprire il sistema oltre Sofia mi ha fatto capire che “sembrare vivi” non è una proprietà di un singolo personaggio ben curato — è una proprietà del sistema che li fa vivere, e va verificata di nuovo ogni volta che qualcosa di nuovo la mette alla prova. Ogni bug trovato in questo periodo — il tunnel spento, i capelli incoerenti — non era un errore isolato, ma un punto in cui avevo dato per scontato qualcosa che invece andava reso esplicito.
Resta ancora aperta la domanda con cui ho chiuso la puntata scorsa, e lo spazio commerciale di Sofia di cui avevo promesso di parlare qui: arriverà, con calma, in una prossima puntata — perché prima ho voluto essere sicura che quello che le dà da dire qualcosa reggesse anche oltre lei sola.