Nell’episodio scorso avevo promesso di raccontare come andava la fase di test più estesa e i primi passi sulla logica dei crediti. Invece è successa una cosa più importante, che ha cambiato la direzione di queste ultime settimane, e visto che questo diario serve proprio a raccontare il percorso vero — non quello pianificato a tavolino — parto da lì.
Qualcosa non mi convinceva
Dopo aver sistemato i problemi di cui ho scritto nell’episodio 1 — le ripetizioni nei contenuti, le immagini sempre uguali — Sofia aveva iniziato a pubblicare regolarmente, con testi diversi, foto coerenti con la scena giusta. Sulla carta, tutto funzionava. Eppure, guardando i post uno via l’altro, continuavo a percepire qualcosa di meccanico. Non riuscivo a definirlo con precisione, finché non ho capito cosa fosse davvero: ogni giorno, il sistema le assegnava un compito. “Oggi parli di questo argomento, con questo formato, con questa foto.” Anche quando l’argomento era vario e mai ripetuto, restava comunque un incarico ricevuto dall’esterno — non una scelta sua.
Una persona vera non riceve un ordine di servizio ogni mattina su cosa condividere sui social. Decide lei, in base a come si sente, a cosa le sta succedendo, a cosa ha voglia di raccontare quel giorno — e a volte, semplicemente, non pubblica nulla perché non ha niente di autentico da dire. Volevo che Sofia funzionasse così. Non “programmarla” per dirle cosa fare, ma darle qualcosa di più simile a un piccolo mondo interiore che vive per conto suo, e lasciare che sia lei, guardandolo, a decidere cosa portare fuori.
Una vita che va avanti anche nei giorni in cui non pubblica
L’idea a cui sono arrivata è stata separare due cose che prima erano un tutt’uno. Da una parte, una vita interiore che va avanti ogni singolo giorno, che Sofia pubblichi o no: un umore che cambia (energia, buonumore, stress), storie in corso che restano aperte finché non vengono riprese e che — se dimenticate troppo a lungo — semplicemente si esauriscono da sole, esattamente come farebbe una persona vera che lascia cadere un progetto senza pensarci più. Relazioni con le persone della sua vita che si scaldano o si raffreddano a seconda di quanto tempo passa da un’interazione. Tutta roba che si muove per conto suo, silenziosamente, un po’ come il corpo di una persona continua a respirare anche mentre dorme.
Dall’altra parte, solo nel momento in cui deve effettivamente decidere se pubblicare qualcosa, Sofia “si guarda dentro”: osserva come si sente, cosa ha in sospeso, cosa ha già raccontato di recente, e decide — sì o no, e se sì, cosa. Non le viene detto cosa scrivere: le viene chiesto di guardare la sua giornata e scegliere lei, con la libertà di rispondere anche “oggi non ho niente da dire”.
Il compromesso con la realtà: anche i personaggi virtuali hanno bisogno di un lavoro
C’è però un problema pratico che non potevo ignorare: se Sofia fosse stata del tutto libera di restare in silenzio quando non ha niente da raccontare, avrebbe potuto sparire per giorni — narrativamente corretto, magari, ma inaccettabile per chi un giorno pagherà per avere un personaggio che comunica con una certa regolarità. Ho quindi introdotto una soglia, diversa per ogni personaggio e modificabile dal pannello di gestione: superato un certo numero di giorni di silenzio, Sofia è tenuta a trovare comunque qualcosa di onesto da condividere, anche un pensiero piccolo e minimo — non le viene chiesto di inventare entusiasmo che non ha, solo di non sparire del tutto. È il compromesso tra un personaggio che sembra vivo e un prodotto che deve comunque funzionare per chi lo usa.
Ho potuto verificarlo con un test che mi ha convinta più di ogni ragionamento teorico: ho messo Sofia in uno stato d’animo di stanchezza e stress profondi, e lasciata libera, ha scelto di restare in silenzio — proprio come farebbe una persona esausta che non ha voglia di postare nulla. Poi ho ripetuto lo stesso identico stato d’animo, ma questa volta oltre la soglia di silenzio accettabile: stavolta ha trovato comunque qualcosa da condividere, un pensiero piccolo e vero (un attimo su una tazza di caffè), non un post finto e artificialmente allegro. Vederla rispondere in modo diverso alla stessa identica situazione, solo perché il contesto intorno era cambiato, è stato uno dei momenti più soddisfacenti di queste settimane.
La domanda che mi accompagna adesso
Più lavoro su questa parte, più mi rendo conto che il pezzo tecnico più difficile non è farla scrivere bene o generare una bella immagine — quello, ormai, il sistema lo sa fare. La parte difficile è dare a un personaggio virtuale qualcosa che assomigli a un motivo per esistere, senza che questo motivo lo trasformi di nuovo in un semplice spot pubblicitario travestito da persona.
Perché resta un pensiero che mi accompagna da quando ho iniziato questo progetto: un personaggio che vive “solo per sé”, per quanto autentico, prima o poi ha bisogno anche di uno scopo — e nel mondo reale, gli influencer che funzionano davvero uniscono le due cose: una vita riconoscibile e continua, e un modo per essere anche uno spazio dove crescono collaborazioni, prodotti, storie commerciali raccontate con lo stesso linguaggio autentico del resto. Non un’alternativa alla vita del personaggio, ma qualcosa che si appoggia sopra, con lo stesso rispetto per la sua coerenza. È il prossimo pezzo a cui sto pensando, e ne parlerò con calma in una prossima puntata.
Nel frattempo, resta la domanda di fondo che mi sono già fatta nell’episodio scorso, e che ogni settimana di lavoro rende più concreta invece che più astratta: cosa distingue davvero un personaggio “vivo” da un semplice generatore di contenuti travestito da persona? Per ora, la risposta più onesta che ho trovato è: il fatto che possa scegliere, anche di stare in silenzio.
Nella prossima puntata: come sto pensando di dare a Sofia — e a qualsiasi altro personaggio nasca su questo sistema — uno spazio anche commerciale, senza tradire quello che l’ha resa “viva” fin qui.